Le irragionevoli conseguenze processuali derivanti dall’equiparazione tra la cancellazione dal registro delle imprese di una società e la sua estinzione portano al rilievo di incostituzionalità dell’art. 2495 c.c.

Il rilievo d’incostituzionalità dell’art. 2495 c.c.


La Corte d’appello di Milano (sez. I civile, con ordinanza 18 aprile 2012 – RG 1482/08), solleva la questione di legittimità costituzionale degli artt. 2495 c.c. e 328 c.p.c. nella parte in cui non prevedono, in caso di estinzione della società per effetto di volontaria cancellazione dal registro delle imprese, che il processo prosegua o sia proseguito nei gradi di impugnazione da o nei confronti della società cancellata, sino alla formazione del giudicato.

rivista di diritto societario

L’impossibilità di identificare un successore nel processo e nella res litigiosa, in caso di estinzione della società per intervenuta cancellazione e, dunque, di un soggetto legittimato a stare in giudizio, nei cui confronti poter proseguire il processo, instaurando il giudizio d’impugnazione, violerebbe non soltanto il principio di eguaglianza, ma anche i canoni fondamentali del giusto processo.

L’Autore, dopo aver individuato la normativa di riferimento e riassunto gli orientamenti ormai consolidati in dottrina e giurisprudenza, critica la scelta della Corte d’Appello di Milano, suggerendo di ricorrere ad un’interpretazione “costituzionalmente orientata” del sistema normativo in tema di società, in modo da rispettare la “lettera della legge”.

Infatti, quand’anche venisse ripristinato il vecchio testo dell’articolo 2495 c.c., con l’eliminazione dell’inciso “ferma restando l’estinzione della società dopo la cancellazione“, non si giungerebbe automaticamente al risultato sperato.

Perché il processo prosegua nei confronti della società cancellata, bisognerebbe prevederlo esplicitamente, poiché la pubblicità camerale, nel caso di società di capitali, è costitutiva e determina l’irreversibile estinzione della società, mentre, nel caso di società di persone, ingenera una presunzione di estinzione, difficilmente superabile.

1. Il caso

B spa, condannata a rifondere una somma di denaro ad una società in accomandita semplice (anche a titolo di spese legali) impugna la sentenza che le è sfavorevole. Pochi giorni prima della notifica del gravame, la società appellata si cancella dal Registro delle imprese. La circostanza è nota all’appellante, che, pertanto, procede alla notifica, oltre che alla società presso il suo procuratore costituito in primo grado, anche alla socia liquidatrice. Entrambe le convenute eccepiscono l’inammissibilità del gravame.

La Corte d’Appello ritiene che:

  1. la società appellata vada considerata irreversibilmente  estinta, anche se la controversia giudiziale in oggetto non sia stata definita, con sentenza passata in giudicato;
  2. la notifica dell’atto di appello si debba considerare inesistente, perché è venuto meno il soggetto notificato;
  3. la costituzione in giudizio della società convenuta sia ugualmente inesistente, per difetto di soggettività giuridica della parte e per assenza dello ius postulandi in capo al suo procuratore;
  4. l’appello nei confronti della liquidatrice sia inammissibile, perché presupporrebbe lo svolgimento di una domanda nuova (mancato pagamento per colpa), ovviamente non consentito in secondo grado;
  5. la socia illimitatamente responsabile non possa essere considerata “successore” della società estinta, né a titolo universale, né a titolo particolare, né quale avente causa “necessario”;
  6. l’estinzione della società vada considerata come evento interruttivo del processo.

La Corte prosegue affermando che, se queste premesse sono corrette, l’applicazione dei principi di diritto enunciati, conduce a conseguenze notevolmente ingiuste ed irragionevoli, in quanto:

  1. non è possibile identificare un soggetto legittimato a proseguire il processo;
  2. con un semplice atto volontario, la società si sottrae agevolmente alle proprie obbligazioni, impedendo la valida interposizione di un gravame e provocando la formazione del giudicato per inammissibilità dell’impugnazione. Ne consegue l’inevitabile rilievo di incostituzionalità degli artt. 2495 c.c. e 328 c.p.c., per violazione degli artt. 3 (principio di uguaglianza), 24 (diritto di difesa e di tutela giurisdizionale) e 111 Cost. (il giusto processo).

2. Normativa di riferimento

L’art. 2495 c.c.1, così come novellato dalla riforma societaria, stabilisce che, approvato il bilancio finale di liquidazione, i liquidatori debbano chiedere la cancellazione della società dal registro delle imprese. I creditori sociali insoddisfatti, ferma restando l’estinzione della società dopo la cancellazione, possono far valere le loro ragioni solo nei confronti dei soci o dei liquidatori. Nei paragrafi seguenti analizzeremo i limiti sostanziali e processuali a cui è soggetta tale azione. Va anticipato che la disciplina dei rapporti giuridici pendenti, delle sopravvivenze o sopravvenienze attive o passive, delle azioni già svolte o da esercitarsi da o contro una società cancellata non può trarsi esclusivamente dalle scarne previsioni codicistiche che, pertanto, vanno integrate con la più recente giurisprudenza e con l’insegnamento di una dottrina spesso risalente

3. Orientamenti ormai consolidati in dottrina e giurisprudenza

La Suprema Corte intervenendo, a sezioni unite2, per comporre un contrasto giurisprudenziale, ha sancito che:

  • la cancellazione delle società di capitali e delle cooperative dal registro delle imprese ha efficacia costitutiva3 e ne determina l’estinzione, con effetto immediato ed irreversibile, indipendentemente dall’esistenza di creditori non soddisfatti o di rapporti giuridici ancora non definiti4. Con l’estinzione viene meno la soggettività e la capacità processuale5 della società, che, quindi, non può più essere rappresentata dai propri liquidatori;
  • l’art. 2495 c.c., come modificato dal D.lgs. 6/2003, ha portata innovativa ed ultrattiva6:  dunque, si applica anche alle cancellazioni iscritte prima della sua entrata in vigore7
  • la cancellazione dal registro delle imprese delle società di persone8, nonostante abbia natura meramente dichiarativa, determina una presunzione, opponibile ai creditori sociali, del venir meno della loro capacità9 e legittimazione, negli stessi limiti temporali previsti per quelle di capitali. Il fenomeno opera anche se perdurano rapporti o azioni di cui le società siano parti10. Vi è, infatti, la necessità di disciplinare in maniera omogenea situazioni sostanzialmente analoghe di dissoluzione della compagine sociale. La cancellazione di una società, in presenza di fatti identici (il mancato pagamento di uno o più creditori da parte del liquidatore) non produce, quindi, effetti diversi a seconda del tipo prescelto per la sua organizzazione11. Le norme che regolano le società di persone vengono, così, interpretate nel rispetto del dettato costituzionale12, la cui osservanza è, in questo caso, sollecitata dal riconoscimento degli effetti costitutivi alla cancellazione delle società di capitali.

Questi principi di diritto, fatti propri dalla corte milanese ed ora pacifici, hanno sovvertito un precedente orientamento13 secondo cui lo scioglimento e la cancellazione della società dal registro delle imprese:

  1. costituiscono mera pubblicità dichiarativa;
  2. non determinano alcuna estinzione sino a quando siano ancora pendenti rapporti giuridici o controversie giudiziali14;
  3. né fanno venir meno la legittimazione processuale della società15, permanendo, per i rapporti in sospeso e non definiti, una sua soggettività “attenuata”16 ed una “limitata prosecuzione” della sua capacità processuale17 a mezzo degli stessi organi (i liquidatori) che la rappresentavano prima della cancellazione18.

Va evidenziato come tale giurisprudenza avesse il pregio di semplificare il recupero dei crediti, il problema delle sopravvivenze attive o passive e la pendenza di processi nei quali la società era parte19. I creditori conservavano una posizione privilegiata rispetto a quelli particolari dei soci e non erano costretti ad agire contro una pluralità di soci20, spesso difficili da individuare. Questa evenienza accade, invece, con il nuovo diritto vivente: dopo la cancellazione della società, i creditori possono far valere le proprie pretese solo nei confronti degli ex soci, illimitatamente nel caso di s.n.c. (ex art. 2312 c.c.) e per gli accomandatari delle s.a.s.21, sino alla concorrenza delle somme riscosse in base al bilancio finale di liquidazione (ed in proporzione alla rispettiva quota di riparto) nel caso di società di capitali. 

4. Morte di una parte ed interruzione del processo tra un grado e l’altro del giudizio

La Corte d’appello di Milano, in applicazione dei principi sovra-enunciati, dichiara che l’estinzione di una parte processuale (la s.a.s.) si è verificata tra un grado e l’altro del giudizio; qualifica,  seppur in modo non del tutto convinto, l’evento come  “interruttivo” ed dichiara inesistente (per inesistenza del soggetto destinatario) la notifica del gravame effettuata alla società presso il procuratore costituito. Verifichiamo se la soluzione è corretta.

La Corte d’appello applica, in primo luogo, la disciplina generale in tema di “morte della parte vittoriosa”. In forza dell’art. 328 c.p.c., l’impugnazione va rivolta e notificata agli eredi e non al defunto (presso il suo procuratore costituito). Il momento in cui il decesso è avvenuto o l’eventuale ignoranza incolpevole della morte sono del tutto irrilevanti talché, se l’impugnazione è stata rivolta al defunto, non è possibile applicare la disciplina dell’art. 291 c.p.c.22 Quando, infatti, è finito un grado del giudizio e se apre un altro, le parti tornano nella situazione iniziale in cui si trova l’attore che, prima di proporre la domanda, deve appurare l’esistenza del proprio contraddittore.

L’ordinanza in commento richiama, poi, per analogia, la fattispecie dell’impugnazione svolta contro una società che, dopo la chiusura della discussione, sia stata incorporata in altra. 

Prima della riforma delle società di capitali, tale ente si doveva considerare estinto e, secondo la giurisprudenza prevalente, il gravame notificato presso il procuratore della società incorporata era valido solo qualora l’impugnante non fosse stato informato, tramite  notifica, dell’evento modificatore della capacità della persona giuridica23.

Nel caso in esame, però, questa deroga non è  applicabile, perché l’estinzione della società in accomandita  era nota all’appellante, che ne aveva espressamente dato atto nella premessa dell’impugnazione. La notifica del gravame deve, quindi, considerarsi inesistente24

A mio parere, inoltre, il riferimento a questa giurisprudenza non è corretto, perché il disposto dell’art. 300 c.p.c. concerne la sola fase processuale in cui il mutamento della situazione soggettiva della parte si è verificato e non è suscettibile di interpretazione estensiva25. Il richiamo non è, inoltre, funzionale alle argomentazioni sostenute nella pronuncia in commento, in quanto sconfessa quella concezione antropomorfica delle società che, invece, pare ispirare la Corte milanese ed esclude il verificarsi dell’evento interruttivo, invece, prospettato dall’ordinanza. 

Va aggiunto che, nel caso di estinzione della persona giuridica (e presenza di un suo avente causa) mancano i presupposti per i quali è necessario ripristinare l’effettività del contraddittorio. La morte è fenomeno del tutto diverso dalla fusione e dalla cancellazione delle società. Il decesso della persona fisica è, infatti, un evento estraneo alla volontà dei soggetti che ne sono colpiti (i successori). Su di loro non possono, quindi, ricadere eventuali effetti negativi derivanti da un processo al quale non hanno avuto modo di partecipare. La fusione e la cancellazione sono, invece, riconducibili alla volontà del soggetto e, pertanto, escludono l’esigenza garantistica che giustifica il verificarsi dell’interruzione e del conseguente onere di riassunzione in capo all’altra parte.

5. La costituzione spontanea della società estinta ed il mandato difensivo conferito al procuratore

La spontanea costituzione in giudizio della società cancellata, a mezzo del suo procuratore, deve considerarsi ugualmente inesistente, sia che il difensore abbia ricevuto il mandato prima26 (della pubblicità) dell’evento, che successivamente. Nella seconda ipotesi, l’inesistenza ed il conseguente difetto di soggettività giuridica27 della parte rappresentata al momento del rilascio della procura determina l’assenza dello ius postulandi in capo al difensore. Va aggiunto che il conferimento del mandato al procuratore, da parte di una società di persone, successivamente alla sua cancellazione, non vale a far rivivere l’ente. Se è pur vero che la pubblicità della cancellazione ha natura meramente dichiarativa e determina solo una presunzione del venir meno della capacità e della legittimazione della società, il rilascio della procura alle liti non basta certamente per evitare l’estinzione. Per considerare ancora in vita la società occorre, invece, l’esercizio dell’attività d’impresa e cioè lo stesso requisito che potrebbe condurre al suo fallimento28.

6. La legittimazione passiva del liquidatore

Anche la notificazione del gravame ai liquidatori è inammissibile. L’art. 2312 c.c., prevede che, dal momento della cancellazione, i creditori sociali che non sono stati soddisfatti possono far valere i loro crediti nei confronti dei liquidatori, se il mancato pagamento è dipeso da loro colpa29. Va, però, osservato che si tratta di un’azione autonoma con presupposti e causa petendi diversa30 da quella già promossa nei confronti della società. E’, infatti, necessario dedurre in giudizio una colpevole condotta dei convenuti nella conduzione delle operazioni liquidatorie31 e svolgere una domanda nuova32, inammissibile in appello.

7. La legittimazione passiva dei soci

Il problema centrale da affrontare è quale sia l’effetto dell’estinzione della società sui rapporti in atto (specialmente sull’accertamento / soddisfacimento delle passività non liquidate33) e, quindi, su un processo pendente, in cui l’impresa sia parte convenuta o anche, pur se statisticamente più raro, attrice34. È, infatti, tutt’altro che infrequente l’ipotesi in cui i liquidatori provvedano alla cancellazione in presenza di procedimenti giudiziali non ancora esauriti. Nel caso di specie, in particolare, è necessario definire:

  1. quale sia la sorte dell’appello proposto nei confronti del socio;
  2. se la notifica dell’atto di impugnazione a lui diretta valga a consentire la prosecuzione del giudizio in sede di gravame e
  3. se il socio possa ritenersi “successore” della società estinta. Una risposta affermativa consentirebbe di pronunciare una sentenza, che potrebbe riformare quella di primo grado. 

Come osservato dalla corte, la questione non è di facile soluzione, anche perché l’art. 2495 c.c. – norma meramente sostanziale – disciplina la sola proposizione ex novo della domanda giudiziale dei creditori nei confronti dei soci o dei liquidatori, ma nulla dispone per le liti pendenti.

Anche il ricorso alle altre fonti non è risolutivo, in quanto la giurisprudenza di merito è assai scarna35, mentre la dottrina non ha trattato con sistematicità il problema, limitandosi a dibattere sulla natura della responsabilità36 dei soci per i debiti sociali e sul titolo che li legittima nelle azioni promosse dai creditori. 

La prima soluzione che si può ipotizzare è la successione nel processo, ai sensi dell’art. 110 c.p.c.; ma essa va esclusa perché l’estinzione della società non determina alcuna successione a titolo universale37 nei rapporti giuridici38. Come abbiamo avuto modo di osservare nel paragrafo 4), la cancellazione della società non è equiparabile alla morte della persona fisica o alla fusione della persona giuridica39. Allo scioglimento generalmente segue la liquidazione del patrimonio sociale40: un modo alternativo ed incompatibile, rispetto alla successione universale, per risolvere i problemi derivanti dall’estinzione dell’ente41

Come giustamente rilevato nella pronuncia in commento, neppure si può ricorrere all’analogia con un fenomeno successorio di tipo “necessario”, in quanto esso è sconosciuto al nostro ordinamento, che consente al successore universale di poter sempre rinunciare all’eredità.

Se difettano i presupposti per applicare l’art. 110 c.p.c., nemmeno si può configurare una successione a titolo particolare nel rapporto sostanziale controverso42 e, conseguentemente, nel processo ex art. 111 c.p.c. Secondo gli assertori di questa teoria43 (salva l’isolata posizione di Mirone44), i soci sono tenuti in base allo stesso titolo per cui era obbligata la società estinta45; ad essa si sostituiscono “in quella determinata posizione giuridica” quesita46  e rispondono, quindi,  per i debiti non ancora pagati, nei limiti di quanto ricevuto in sede di riparto se la società è di capitali, o per l’intero se essa è di persone47. Al contrario, soci, liquidatori o amministratori non sono aventi causa della società estinta48, perché non si viene a creare alcuna successione nei debiti sociali49. Il socio di una società di persone è illimitatamente e solidalmente responsabile ab origine con la medesima, sia pur beneficiando, solo in sede esecutiva, dell’onere di preventiva escussione del patrimonio sociale imposto ai creditori ex art. 2304 c.c. Quello di una società di capitali non assume alcuna ulteriore responsabilità con la sua partecipazione sociale50, né alcuna garanzia personale nei confronti dei creditori51

Per concludere l’esame delle varie posizioni, non si può dimenticare quella esposta incidenter tantum dall’unica (e recentissima) pronuncia della Suprema corte52 che si è occupata della questione. La cassazione, in forza di argomentazioni alquanto contraddittorie53 ed assolutamente non convincenti, ritiene che:

  1. i soci, pur non essendo successori a titolo universale della società, in ogni caso, subentrano nei rapporti processuali pendenti, ai sensi dell’art. 110 c.p.c.;
  2. l’art. 2495 c.c., oltre a dettare una regola che disciplina la misura della responsabilità dei soci, individua anche la condizione “della loro legittimazione processuale ai fini della prosecuzione del processo originariamente instaurato contro la società. In senso generale e lato, il socio succede, seppure intra vires, nei rapporti giuridici facenti capo alla società”, ma solo nella specifica ipotesi – disciplinata dalla legge – in cui abbia riscosso la propria quota in base al bilancio finale di liquidazione. 

Come anticipato, si tratta di assunti fondati su forzature logiche e giuridiche. Tra le più evidenti, il socio:

  • pur non essendo successore universale, viene trattato come tale; a differenza dell’erede,
  • non risponde ultra vires in relazione al petitum originario dell’azione, ma intra vires per un oggetto diverso, neppure corrispondente ad una frazione dell’originario diritto (rectius debito) controverso;
  • non è litisconsorte  necessario di altri aventi causa (che, quindi, potrebbero anche non essere evocati);
  • può essere parte del processo originariamente introdotto contro il soggetto estinto, solo se il creditore deduce e prova la sua qualifica e la misura della quota riscossa in base al bilancio finale di liquidazione54.

Questa domanda (difficile da suffragare) è inammissibile in fase avanzata del giudizio o, comunque, in sede d’impugnazione. Mi pare, infine, che la soluzione non risponda a molte obiezioni già mosse alla teoria della successione universale e non regga nell’ipotesi di un giudizio che abbia per oggetto una domanda diversa dalla richiesta di pagamento somme (v., ad esempio, quelle di accertamento; condanna al rilascio, alla consegna, ad un facere fungibile o infungibile).

Proprio perché non è ravvisabile un fenomeno successorio a titolo universale, manca una successione a titolo particolare (mortis causa55) nel diritto controverso e neppure v’è spazio per applicare l’art. 111 c.p.c.56, il processo non si deve interrompere, ma estinguere57.  Difettano, infatti, i soggetti cui spetta proseguire il giudizio. La citazione o il ricorso (in riassunzione, in appello o per cassazione) proposto da o contro la società, sono tamquam non esset. Non v’erano, o sono venuti meno sia il soggetto che l’oggetto del giudizio. Nel caso di processo introdotto ex novo, il Giudice dovrà dichiarare58 l’inesistenza della materia del contendere; ove venga proseguito quello originario, ne dovrà pronunciare la cessazione (determinata della cancellazione dal registro delle imprese in corso di causa), circostanza che ha natura assolutamente pregiudiziale ed assorbente59.

8. Contro i soci è solo possibile intraprendere un nuovo giudizio

l provvedimento in commento giunge, per rifuggirla in quanto troppo penalizzante, all’ovvia ed inevitabile conclusione che i creditori, dopo l’estinzione della società sono titolari di una nuova ed autonoma azione60/61contro gli ex soci, da esercitare in un nuovo giudizio62.

Si tratta di una soluzione corretta, perché l’azione contro i soci presenta: fattispecie costitutiva63, causa petendi64, obiettivo conseguibile65, modalità di attivazione e di gestione profondamente diverse rispetto a quella contro la società. Nella nuova controversia non è indispensabile che siano evocati tutti gli ex soci; non esiste alcun litisconsorzio necessario ed i creditori sociali possono proporre l’azione contro un numero di soci tale da garantire il soddisfacimento del loro credito66

9. Considerazioni sulla questione di costituzionalità

La Corte d’Appello di Milano, partendo da queste premesse (a mio parere corrette), ritiene che l’applicazione della regola dell’immediata estinzione per effetto della volontaria cancellazione dal registro delle imprese e l’impossibilità di proseguire il processo in assenza di un successore nel diritto controverso, contrastino con un altro principio fissato dalle Sezioni Unite. Il riferimento è a Cass. n. 19509/2010, resa in una fattispecie di fusione per incorporazione e conseguente estinzione del soggetto incorporato67. Secondo la Suprema Corte occorre operare “un attento bilanciamento tra le esigenze del soggetto che intenda impugnare la decisione sfavorevole e quelle del soggetto protagonista di una vicenda modificatrice della capacità di stare in giudizio, dallo stesso voluta”. L’affermazione di principio era diretta ad escludere l’onere di una permanente consultazione del registro delle imprese in capo alla parte interessata all’impugnazione. Non credo, pertanto, che sia possibile estrapolarla dal contesto in cui è stata resa ed attribuirle un significato ed una valenza che travalichino tali confini. Ritengo, inoltre, che la massima non sia pertinente, perché per proseguire il processo è indispensabile che esista un successore nel diritto controverso (ad es. l’incorporante, nell’ipotesi della fusione) e, ove manchi, il giudice non può far altro che dichiarare cessata la materia del contendere.

Per lo stesso motivo mi pare inammissibile anche la questione di legittimità costituzionale dell’art. 328 c.p.c. “nella parte in cui non prevede che il processo prosegua o sia proseguito nei gradi di impugnazione da o nei confronti della società cancellata, sino alla formazione del giudicato”. L’art. 328 c.p.c. presuppone l’esistenza di un avente causa della parte defunta (ad es. gli eredi) o, comunque, di un nuovo soggetto legittimato passivo (il curatore, in caso di fallimento; la società incorporante nella disciplina ante riforma68), perché operi l’interruzione del termine breve per l’impugnazione. E’, dunque, ovvio che se la corte remittente postula la persistente legittimazione della società nonostante la sua cancellazione, non può invocare il disposto dell’articolo in questione.

Anche il rilievo di incostituzionalità dell’art. 2495 c.c. non può andare esente da critiche. Non condivido, infatti, il richiamo all’art. 3 Cost., violato in ragione della sperequazione tra un processo che ha come parte una persona fisica rispetto a quello con una società. Come ho già avuto modo di argomentare, la morte della persona fisica e l’estinzione di quella giuridica sono due fenomeni molto diversi, anche dal punto di vista degli effetti. Non è, inoltre, corretto sostenere che, nel caso di estinzione della società, il rapporto processuale si estingue “senza la possibilità dell’esame dei crediti in discussione”. Gli (asseriti) crediti sono verificati in un nuovo processo, nei confronti di parti diverse ed, in caso di società a responsabilità limitata, con i limiti quantitativi di cui all’art. 2495 c.c.. Nondimeno, la misura della responsabilità dei soci e, quindi, l’ammontare del credito che potrà essere soddisfatto, sono pari al patrimonio che la società avrebbe dovuto accantonare (in caso non si fosse estinta) per il soddisfacimento delle singole posizione creditorie.

Più manifesta è la violazione dei canoni fondamentali del giusto processo e del diritto alla difesa (tutela giurisdizionale) di cui agli artt. 24 e 111 Cost. La riforma e la recente ri-lettura dell’art. 2495 c.c. ingenerano, infatti, “una selva inestricabile di questioni pratiche.69”. Manovre elusive e fraudolente70 dei soci o dei liquidatori possano arrecare pregiudizio agli interessi dei creditori: una loro semplice manifestazione di volontà determina l’estinzione della società, senza necessità di un previo tentativo di soddisfacimento dei debiti contratti. Come evidenziato nel provvedimento in commento, la società può, inoltre, impedire la valida interposizione di un gravame, provocando in tal modo la cessazione della materia del contendere71 per inammissibilità dell’impugnazione rivolta ad un soggetto non più esistente. Ai creditori, che non possono servirsi di un eventuale titolo esecutivo vantato contro la società72, non rimane che inseguire i soci (o, a diverso titolo, i liquidatori) sino a concorrenza della propria pretesa, ripercorrendo gradi già esauriti ed affrontando nuove difficoltà operative. Le più evidenti sono l’identificazione delle loro generalità e del luogo di notifica73, nonché la determinazione della somma ripartita in sede di liquidazione. Ciò comporta un indubbio dispendio di energie nella rivalutazione dei fatti già in precedenza vagliati e l’inevitabile protrarsi dei rapporti processuali controversi.74 Ove, infine, si scoprano sopravvenienze o sopravvivenze attive, i creditori della società sono posti sullo stesso piano di quelli particolari dei soci75

Tutte queste argomentazioni a sostegno dell’incostituzionalità della norma non devono, però, far dimenticare che la riforma e la recente ri-lettura dell’art. 2495 c.c. nascono dalla scelta di far prevalere l’esigenza di dare certezza ai rapporti giuridici76 sulla concorrente necessità di preservare il ceto creditorio. Già 77  osservava che “se, attraverso questa via” (l’equiparazione tra cancellazione ed estinzione), “il creditore non riuscisse a riavere il suo, un inconveniente, quoad iustitiam, vi sarebbe certo, ma sarebbe uno dei minori sacrifici che la giustizia deve fare alla certezza delle situazioni giuridiche.

Va osservato, infine, che il nuovo diritto vivente nasce proprio per garantire l’interpretazione “costituzionalmente orientata” del sistema normativo in tema di società ed in tal modo,  rispettare la “lettera della legge”. Quand’anche, quindi, venisse ripristinato il vecchio testo dell’articolo 2495 c.c., con l’eliminazione dell’inciso “ferma restando l’estinzione della società dopo la cancellazione”, non si giungerebbe automaticamente al risultato sperato. Perché il processo prosegua nei confronti della società cancellata, bisognerebbe prevederlo esplicitamente, poiché la pubblicità camerale, nel caso di società di capitali è costitutiva e determina l’irreversibile estinzione della società, mentre, nel caso di società di persone, ingenera una presunzione di estinzione, difficilmente superabile.


Per l’esame di pronunce correlate, si veda la sezione dedicata.

Il testo integrale del saggio è pubblicato sulla Rivista di diritto societario, 2012, fasc. 3, pagg. 530-544.

Autore: Francesco Tedioli

Please wait while flipbook is loading. For more related info, FAQs and issues please refer to DearFlip WordPress Flipbook Plugin Help documentation.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.