La produzione di energia da fonti rinnovabili quale attività connessa a quella agricola

Nonostante siano trascorsi diversi anni dalla riforma della disciplina dell’impresa agricola, numerosi sono ancora i problemi irrisolti. Resta, infatti, ancora da definire quale sia l’esatta distinzione tra imprenditore agricolo e commerciale o il perimetro dell’area operativa delle “attività connesse a quella agricola“, a seguito della riformulazione dell’articolo 2135, cod. civ. Il contributo, oltre ad approfondire tali temi, analizza la disciplina giuridica della cessione, da parte dell’impresa agricola, di energia elettrica e calorica derivante dall’impiego di fonti rinnovabili.

Le attività connesse in agricoltura

Rivista per la consulenza in agricoltura

La necessità di rendere più moderna la figura dell’imprenditore agricolo ha portato a una profonda riforma dell’articolo 2135, cod. civ., attraverso la sostanziale distinzione tra attività agricole “tradizionali” e “per connessione”.

In particolare, Il comma 3, articolo 2135, cod. civ. ha configurato una rinnovata forma di impresa agricola di tipo “plurifunzionale”, introducendo una serie di attività che sono “connesse” a quelle principale

Il principio di prevalenza

Nell’ottica di una maggior efficienza ed economicità della conduzione, l’imprenditore può esercitare le attività connesse anche con materiali e beni acquistati presso terzi, ma il loro impiego non deve eccedere quantitativamente l’uso dei prodotti ottenuti direttamente dal proprio fondo e/o dall’allevamento del proprio bestiame

La classificazione delle attività agricole “per connessione”

Le attività connesse si possono differenziare, a seconda della loro fonte giuridica, in “tipizzate” e “non tipizzate”: nel primo caso, il riferimento va all’articolo 2135, cod. civ.; nella seconda ipotesi, a una serie di disposizioni normative che prevedono ulteriori attività “assimilate”.

Le attività ora incluse nello statuto dell’impresa agricola risultano talmente diverse fra loro che, se fossero esercitate senza collegamento con l’impresa agricola, avrebbero – ai sensi dell’articolo 2195, cod. civ. – carattere commerciale; ma anche come le stesse rimangano attratte nell’orbita dell’agrarietà per relationem, solo in quanto svolte da un imprenditore che eserciti l’attività di produzione agricola all’interno della medesima organizzazione.

La produzione di energia da fonti rinnovabili

Rientra senza dubbio tra le attività “assimilate” anche quella di produzione di biomasse destinate alla trasformazione in fonti energetiche rinnovabili. Tale produzione avviene attraverso un impianto di digestione anaerobica che, sfruttando il gas ottenuto dalla fermentazione dei prodotti o degli scarti, consente alle turbine di produrre energia elettrica.

La Legge Finanziaria 2007 ha, poi, esteso la qualifica di agrarietà anche alle produzioni di energia da fonti fotovoltaiche da carburanti vegetali e da prodotti chimici derivanti da prodotti agricoli del fondo, allo scopo di qualificare il reddito derivante da tali attività come agrario.

L’energia elettrica o termica prodotta sul suolo agricolo4 può essere destinata all’autoconsumo o immessa in rete, ottenendo un corrispettivo.

Appare difficilmente giustificabile la scelta di qualificare come agricole tali “attività di produzione fotovoltaica”, perché esse non paiono riconducibili ai parametri di cui all’articolo 2135, cod. civ. e sono disomogenee rispetto alle tradizionali attività agricole agroalimentari.

La fallibilità dell’impresa agricola

A causa della loro natura agricola, le attività “connesse” sono sottratte al fallimento. L’esonero da tale procedura viene meno quando sia insussistente il collegamento funzionale con la terra o quando le “attività connesse” assumano rilievo decisamente prevalente, sproporzionato rispetto a quelle di coltivazione, allevamento e silvicoltura.

I profili fiscali delle attività connesse

L’imposizione fiscale per le imprese agricole è sempre stata di estremo favore, in quanto il settore sopporta un rischio connesso alle avversità atmosferiche che possono mettere a rischio la produzione. Le attività agricole “connesse” sono, quindi, soggette a quattro regimi fiscali differenti.

  • Il primo riguarda le attività “connesse” (manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione) di prodotti agricoli “propri”. Esse rientrano sempre nel reddito agrario.
  • Il secondo concerne le attività “connesse” relative a prodotti acquistati da terzi. Queste rientrano nel reddito agrario se prevalgono i prodotti-prodotti e se i beni rientrano nell’elenco diramato ogni 2 anni con apposito Decreto Ministeriale.
  • Il terzo interessa le attività “connesse” che abbiano a oggetto beni diversi da quelli indicati dal menzionato decreto ministeriale. In tal caso, trova applicazione il regime di determinazione su base forfetaria

Nuove attività connesse e principio di prevalenza

Spesso l’imprenditore commerciale sfrutta il requisito formale della relazione tra “attività connessa” e fondo agricolo, per beneficiare di tutti quegli incentivi fiscali che spettano unicamente all’impresa agricola. Il Legislatore è, allora, chiamato a ripensare del tutto alla disciplina in esame, separando il profilo fiscale da quello civilistico

Conclusioni

Pare corretto mantenerne il tetto massimo di produzione energetica (pari a 260.000 kWh annui). Tale soglia costringe, infatti, l’impresa agricola a utilizzare l’energia derivante da impianti fotovoltaici in misura prevalente per l’autoconsumo aziendale, pena, in caso di sforamento, la perdita dei benefici fiscali.

Ai fini civilistici è, invece, necessario declinare il criterio di prevalenza in modo del tutto differente dal passato, in quanto le definizioni ora disponibili mal si adattano alla molteplicità funzionale dell’impresa agricola e a ricondurre le attività da fonti di energia fotovoltaiche alla disciplina agraria.

Si potrà intervenire ancorando il principio di prevalenza a elementi qualitativi e quantitativi, che andranno bilanciati, di volta in volta, secondo canoni di ragionevolezza e proporzionalità. Non ci si dovrà, pertanto, riferire unicamente ai parametri di natura quantitativa, limitandoli ai soli beni prodotti, ma estenderli alla dimensione dell’impresa, alla complessità dell’organizzazione, alla consistenza degli investimenti e all’ampiezza del volume d’affari, così da rendere maggiormente conciliabili le attività “collaterali” con la natura agricola dell’impresa. Ciò consentirebbe alle aziende che utilizzano fonti di energia fotovoltaica di aumentare la produzione, mantenendo la qualifica di imprese agricole (esentate dal fallimento). Ma, allo stesso tempo, ferma la disciplina fiscale, esse non beneficerebbero, oltre ai limiti già consentiti, di ulteriori vantaggi economici. Gli interventi sul piano definitorio, inoltre, allontanerebbero dall’orbita dell’impresa non commerciale quegli imprenditori estranei al mondo agricolo che, attualmente, sfruttano l’incertezza normativa per fini spiccatamente fiscali.


Il saggio è pubblicato sulla Rivista per la consulenza in Agricoltura, 53/2020.

Autore: Francesco Tedioli

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